Siccità nel bacino del Po: il nodo non è conoscere la crisi, ma governare la scarsità

Il bacino del Po dispone oggi di strumenti avanzati per monitorare e prevedere la siccità. Tuttavia, di fronte a fenomeni sempre più frequenti e intensi, continua a mancare un sistema di regole automatiche e vincolanti in grado di stabilire come ripartire la risorsa idrica quando diventa scarsa. È questa la principale conclusione del paper , pubblicato dal Laboratorio REF Ricerche e dedicato al tema della governance dell’acqua nel più importante distretto idrografico italiano.

Il Po, una risorsa strategica per il Paese

Il bacino del Po rappresenta il principale sistema idrico nazionale. Attraversa otto regioni, serve uno dei più importanti distretti agricoli europei e sostiene attività industriali, produzione idroelettrica, usi civili ed ecosistemi naturali. Proprio per questa molteplicità di funzioni, la siccità non è soltanto un fenomeno idrologico, ma una vera e propria questione economica e sociale, che impone scelte su chi debba ridurre i consumi e in quale misura.

Secondo il paper, il distretto preleva ogni anno circa 20,5 miliardi di metri cubi d’acqua, dei quali oltre 16 miliardi destinati all’irrigazione. La vulnerabilità del sistema non dipende tanto da una scarsità assoluta della risorsa, quanto dall’elevata intensità degli usi e dalla crescente pressione esercitata da un modello economico fortemente “water intensive”.

Un sistema che conosce bene la crisi

Negli ultimi anni il bacino del Po si è dotato di una struttura di monitoraggio tra le più avanzate in Europa. L’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po, l’Osservatorio Permanente sugli Utilizzi Idrici, il Piano di Gestione della Siccità e i sistemi previsionali consentono di individuare con precisione scenari e livelli di severità della crisi idrica.

Il problema, osservano gli autori, è che questa capacità conoscitiva non si traduce automaticamente in decisioni operative. Le informazioni esistono, ma le misure per ridurre i prelievi e ripartire i sacrifici tra territori e categorie di utenti continuano a dipendere da decisioni discrezionali, spesso adottate in ritardo e in modo non coordinato.

In altre parole, il sistema è molto efficace nel descrivere la scarsità, ma meno efficace nel gestirne gli effetti attraverso regole condivise e vincolanti.

La lezione della grande siccità del 2022

Il caso più emblematico resta quello del 2022. In quella circostanza l’Osservatorio Permanente sugli Utilizzi Idrici aveva raccomandato una riduzione del 20% dei prelievi irrigui, accompagnata da maggiori rilasci d’acqua dai grandi laghi alpini per garantire il mantenimento delle portate necessarie fino al Delta del Po.

Tuttavia, quella indicazione non aveva carattere obbligatorio. Le singole regioni hanno adottato misure autonome di contenimento dei consumi, ma non è stato introdotto un meccanismo uniforme e cogente di riduzione dei prelievi agricoli a scala di bacino. Anche l’intervento dello Stato, attraverso la dichiarazione dello stato di emergenza e la nomina dei commissari, è arrivato in una fase successiva, concentrandosi principalmente su opere e interventi urgenti piuttosto che sulla ripartizione della risorsa idrica.

Secondo il paper, la crisi del 2022 ha messo in evidenza un limite strutturale: si sono allocati fondi economici per affrontare l’emergenza, ma non è stata definita una regola vincolante per allocare l’acqua.

Dalla gestione dell’emergenza alla gestione della scarsità

Il cambiamento climatico impone oggi un salto di qualità. Le crisi siccitose del 2022 e del 2026 dimostrano che non siamo più di fronte a eventi eccezionali, ma a fenomeni destinati a ripetersi con crescente frequenza.

Per questo il Laboratorio REF propone di passare da una logica emergenziale a una logica preventiva, introducendo regole ex ante che si attivino automaticamente al superamento di determinate soglie di severità.

L’obiettivo non è sostituire la cooperazione istituzionale, ma rafforzarla attraverso un quadro di regole predeterminate che consentano decisioni più rapide, trasparenti ed eque.

Tre modelli per il futuro della governance idrica

Il paper individua tre possibili modelli di gestione della scarsità idrica.

Il primo è quello dell’“ottimo di bacino”, che considera il Po come un unico sistema idrologico e assegna la risorsa privilegiando gli usi che generano il maggiore valore economico e sociale complessivo.

Il secondo prevede che l’Autorità di Bacino stabilisca quote o tetti di utilizzo per ciascun territorio, lasciando poi alle regioni la gestione interna delle disponibilità assegnate.

Il terzo corrisponde all’attuale modello italiano, basato sul monitoraggio della crisi e su interventi decisi caso per caso da regioni e commissari. Un sistema che, secondo gli autori, può funzionare in presenza di crisi occasionali, ma mostra crescenti limiti quando la scarsità diventa una condizione strutturale.

Le indicazioni della comunità internazionale

L’analisi richiama anche alcune esperienze internazionali considerate particolarmente significative. In Spagna, Francia e Australia le decisioni sulla gestione della scarsità vengono assunte a livello di bacino e sono basate su piani preventivi, soglie predefinite e regole operative già stabilite prima dell’arrivo della crisi.

Secondo il confronto elaborato dal Laboratorio REF, queste esperienze mostrano come sia possibile combinare flessibilità gestionale e regole vincolanti, mantenendo al tempo stesso efficienza economica, sostenibilità ambientale ed equità sociale.

La sfida: trasformare la conoscenza in decisione

La conclusione del paper è chiara: il bacino del Po possiede già le competenze tecniche, i sistemi informativi e gli strumenti di monitoraggio necessari per affrontare la siccità. Ciò che ancora manca è una vera architettura regolatoria capace di trasformare dati, scenari e previsioni in decisioni automatiche e tempestive.

In un contesto climatico che rende la scarsità idrica sempre meno eccezionale e sempre più strutturale, la governance dell’acqua non può continuare a basarsi esclusivamente su strumenti emergenziali. La sfida per il futuro sarà costruire regole di bacino capaci di garantire una distribuzione della risorsa più efficiente, sostenibile e trasparente, riducendo il ricorso alle misure straordinarie e aumentando la resilienza del sistema economico e ambientale del Paese.

(la sintesi del position paper è stata realizzata con strumenti di AI)