Rifiuti, il Green Book di Utilitatis: cresce il riciclo ma il deficit impiantistico frena la transizione circolare

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La raccolta differenziata cresce, il riciclo migliora, eppure il gap tra i quantitativi raccolti e quelli effettivamente riciclati rimane ampio; al contempo il deficit impiantistico – in particolare al Sud – continua a gravare sui costi del servizio e a rendere più complesso il raggiungimento degli obiettivi europei. È questa la fotografia scattata dal Green Book 2026, il rapporto annuale sul settore dei rifiuti urbani in Italia, promosso da Utilitalia e curato dalla Fondazione Utilitatis, presentato il 27 maggio a Napoli nella cornice del Green Med Expo & Symposium. A questa edizione dello studio hanno collaborato ISPRA, ENEA, CdC RAEE e alcune aziende associate alla Federazione.

Produzione, raccolta differenziata e riciclo

Nel 2024 la produzione nazionale dei rifiuti urbani si è attestata a poco più di 29,9 milioni di tonnellate, in aumento del 2,3% rispetto all’anno precedente. La raccolta differenziata ha raggiunto il 68% della produzione nazionale (+1%), con un incremento in termini assoluti di 755mila tonnellate, per un totale di quasi 20,3 milioni di tonnellate. Anche il tasso di riciclaggio è migliorato, raggiungendo il 52%, in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto al 2023.
Rimane tuttavia un’ampia forbice tra raccolta differenziata e riciclo effettivo: tra questi due indicatori si giocano qualità dei conferimenti, efficienza della selezione, riduzione degli scarti e capacità di collocare stabilmente le materie prime seconde nei cicli produttivi. La composizione dei rifiuti avviati a riciclaggio evidenzia il ruolo centrale delle diverse filiere: nel 2024 la frazione organica rappresenta il 41% dei rifiuti avviati a riciclo, seguita da carta e cartone (25%), vetro (13%), legno (7%) e plastica (6%). Si tratta di filiere caratterizzate da peculiarità gestionali che richiedono modelli di cooperazione specifici per trasformare la raccolta differenziata in riciclo effettivo. Il caso della plastica è particolarmente significativo: pur rappresentando la quota relativa più contenuta in peso, assume, invece, rilevanza per i volumi movimentati, la variabilità qualitativa dei flussi, l’incidenza delle frazioni estranee e la competizione con le materie prime vergini. In quest’ottica, spiega il presidente di Fondazione Utilitatis, Mario Rosario Mazzola, “la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) assume un ruolo centrale. I costi medi di raccolta e trattamento variano significativamente tra le diverse frazioni: la corretta copertura di questi costi attraverso i sistemi EPR è essenziale per applicare il principio ‘chi inquina paga’ senza trasferire impropriamente gli oneri della circolarità sugli utenti finali”. I costi medi di raccolta e trattamento, infatti, variano sensibilmente tra le diverse frazioni: da 24,2-27,8 €cent/kg per il vetro e 27,33-30,23 €cent/kg per carta e cartone, fino a 43,67-53,44 €cent/kg per gli imballaggi in plastica, dove l’incidenza delle frazioni estranee pesa maggiormente sulla variabilità dei costi.
Il deficit impiantistico: la sfida del Sud e gli obiettivi europei al 2035
Il raggiungimento degli obiettivi europei al 2035 – effettivo riciclo al 65% e riduzione dello smaltimento in discarica al di sotto del 10% – passa attraverso una dotazione impiantistica adeguata, ancora lontana dall’essere garantita su tutto il territorio nazionale. Le stime di Utilitalia e Utilitatis evidenziano deficit rilevanti soprattutto nel Sud peninsulare e in Sicilia, sia per la frazione organica sia per l’indifferenziato residuo. Nel Centro, la realizzazione degli impianti a Roma (i 2 biodigestori e il termovalorizzatore) contribuiranno a dimezzare il fabbisogno per la frazione residua e a ridurre di un quarto quello per la frazione organica.
In questo quadro assume rilievo strategico anche il tema del possibile inquadramento degli impianti Waste to Energy nel sistema ETS. L’estensione del meccanismo ai WtE, prevista dalla Direttiva (UE) 959/2023 con possibile inclusione dal 2028, solleva criticità ambientali, economiche e sociali: in Italia questi impianti rappresentano meno del 2% delle emissioni nazionali, ma l’applicazione del carbon pricing potrebbe generare un aggravio tariffario stimato fino a 45 euro a tonnellata e oneri aggiuntivi fino a 350 milioni di euro all’anno, con ricadute su Comuni, cittadini e imprese. Come evidenzia il presidente di Utilitalia Luca Dal Fabbro, “l’eventuale inclusione dei termovalorizzatori nel sistema ETS rischierebbe di generare ulteriori aggravi tariffari per Comuni, cittadini e imprese, senza produrre benefici ambientali significativi, perché questi impianti trattano rifiuti non riciclabili e svolgono una funzione essenziale per la chiusura del ciclo. Serve un impegno straordinario, coordinato tra istituzioni e imprese, per garantire stabilità agli investimenti in coerenza con la gerarchia europea dei rifiuti”.

Investimenti, governance e mercato

Nel 2024 le aziende del settore hanno realizzato complessivamente circa 2 miliardi di investimenti, in crescita rispetto al 2016 e con un picco registrato tra 2022 e 2023, legato in parte alle risorse del PNRR. Gli operatori di maggiori dimensioni trainano la crescita e hanno più che raddoppiato gli investimenti tra il 2016 e il 2024 (+250%). Il Nord presenta livelli medi di investimento più elevati rispetto al Sud e alle Isole (4,5 milioni contro 2,8 milioni nel 2024), a conferma della necessità di consolidare la capacità industriale in tutto il Paese.
Sul fronte della governance, il processo di attuazione degli assetti territoriali rimane incompleto in diverse aree. Il settore è ancora caratterizzato da una forte frammentazione orizzontale e verticale: il 62% dei bandi nel 2024 è stato indetto da Comuni e, tra questi, il 96% per affidamenti relativi a un singolo Comune. Le gare hanno una durata media inferiore ai 5 anni, limitando programmazione, continuità operativa e investimenti di lungo periodo.

Fatturato, TARI e regolazione

Nel 2024 il fatturato del settore (monoutility e multiutility) ha raggiunto circa 19 miliardi di euro, equivalente a circa lo 0,9% del PIL nazionale, impiegando più di 122 mila addetti diretti. Le aziende di grandi dimensioni, pur rappresentando il 5% del campione, generano il 48% dei ricavi del settore. I gestori integrati, che rappresentano il 20% degli operatori, generano il 33% del fatturato complessivo, mentre i gestori di impianti mostrano le performance economiche più elevate.
La TARI 2025 è pari in media a 333 euro per una famiglia di 3 componenti in un’abitazione di 100 mq, con forti differenze territoriali: 288 euro al Nord, 358 al Centro e 378 al Sud. I divari riflettono non solo condizioni locali e modelli organizzativi diversi, ma anche la diversa maturità industriale dei sistemi territoriali e il peso del deficit impiantistico sul costo del servizio.

Fonte: Utilitalia e Utilitatis